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Presidenta' La Boldrini lede dignità delle donne

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Posted on: 05/13/16
C'è da tempo una parte di italiane ed italiani - per usare una forma politically correct - che si batte per portare la parità di genere nel lavoro e nelle istituzioni, combattendo per cambiare piccolissimi fattori, come una -e o una -o in fine di parola, così da dare "dignità" di esistenza a professioni che in realtà non avrebbero bisogno di questo riconoscimento.Massimo Sgrelli ha avuto una carriera da alto dirigente dello Stato e dal 1992 al 2008 è stato Capo del dipartimento del cerimoniale di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. In Italia è considerato uno dei massimi esperti di cerimoniale e tra le sue competenze, c'è anche quello di dare il giusto nome alle cose e alle persone.Per questo motivo, anche grazie all'Accademia del Cerimoniale, in cui ricopre il ruolo di presidente del comitato scientifico, cerca di spegnere sul nascere le polemiche derivanti da un dibattito, dal suo punto di vista, privo di fondamento.E ci spiega il perché: "Una desinenza linguistica, di una qualifica professionale o di una carica, non connota necessariamente il genere (uomo o donna) di chi la ricopre. Dobbiamo aggiungere che, voler affermare l'opposto, produce effetti assai dannosi ed anche lesivi di quelle dignità della donna che si vorrebbero difendere. Volgere al femminile le cariche con desinenza maschile, infatti, appare un accomodamento sopravvenuto, teso a sottolineare che la carica è ricoperta da una donna, quasi che essa non potesse farlo".Sgrelli, poi fa anche un riferimento alle aperture che l'Accademia della Crusca ha fatto in tal senso: "Sorge il dubbio che l'accademia abbia sottovalutato qualcosa. Ha sottovalutato il carattere naturale e non regolamentare della lingua: ogni vocabolo ha una propria desinenza storica, maschile, femminile, epicena, che non connota, tuttavia, una mascolinità, una femminilità o una neutralità di genere. Se il dattero è maschile e la mela femminile, se il medico è maschile e il farmacista femminile, ciò non designa una mascolinità o una femminilità di genere e, tantomeno, indica che il titolare sia maschio o femmina. E allora, come ci dobbiamo comportare'".Infine, per fugare ogni dubbio, se ce ne fossero, ancora Massimo Sgrelli fa un importante riferimento alla Costituzione: "Come sempre, si deve partire dalla Costituzione, dove il ben noto articolo 3 , quello dell'eguaglianza, che è anche il più invocato innanzi alla Corte costituzionale, dichiara, fra l'altro, la parità di genere. Quindi, ciascuno ha libero accesso alle cariche ed agli impieghi pubblici, senza distinzione alcuna fra uomini e donne. Lo sapevamo. E rallegrandoci di tale affermazione democratica, ormai stabilmente penetrata nei nostri animi, non possiamo conseguentemente avallare alcuna richiesta di distinzione di genere nella qualificazione delle cariche, fondata sulla personalità di chi la ricopre. La Costituzione chiede soltanto di essere applicata e non di essere integrata in modo creativo e personalistico".Il rischio, infatti, è che si caschi persino nell'incostituzionalità: "Il cittadino non è interessato a sapere se chi emetterà una sentenza è un uomo o una donna, se chi sottoscriverà una concessione edilizia è uomo o donna e neppure se chi lo sottoporrà ad esame medico è uomo o donna. Non vi è, quindi, alcun interesse pubblico a distinzioni di genere: ma solo l'interesse personale del titolare ad evidenziare una propria particolare identità o, magari, un proprio orientamento sessuale, che non interessa nessuno. Tali personalismi non sono invocati dall'ordinamento, il quale pretende, all'opposto, che gli aspetti personali di chi esercita funzioni pubbliche, rimangano accantonati. E poi, una concessione edilizia rilasciata dalla Sindaca è un provvedimento amministrativo esistente, valido, impugnabile, visto che la qualifica di Sindaca non è prevista dal nostro ordinamento'"




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