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Quando Evola cercava l'Io oltre Nietzsche

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Posted on: 01/19/16
Fa un certo effetto vedere, sulla copertina della rivista '900, edita in francese da La Voce, Curzio Malaparte, Corrado Alvaro e Massimo Bontempelli, Max Jacob, Carlo Carrà e Picasso accostati a Julius Evola. Oggi, il suo nome viene per lo più citato tra i cattivi quando non addirittura pessimi - maestri del dopoguerra dai suoi avversari, o trattato, da alcuni suoi ex discepoli, come un vecchio parente di cui ci si vergogna un po'. È quindi una bella sorpresa vedere un'opera di Evola, appunto il suo contributo al fascicolo di '900, pubblicata da un editore raffinato come Aragno, che lo restituisce giustamente nel posto che merita, ovvero tra le personalità che hanno dato lustro al Novecento italiano. Il volumetto, curato da Gianfranco de Turris, si intitola Par delà Nietzsche (pagg. 70, euro 10) ed è arricchito da un denso apparato critico e saggistico che aiuta a inserire l'opera nel contesto temporale in cui fu concepita.Siamo nel 1927, ancora sotto gli effetti della rivoluzione delle avanguardie artistiche, e il Barone Evola aveva da poco iniziato il periodo che lui stesso avrebbe chiamato «speculativo», dopo l'astrattismo dadaista e in procinto di costituire il Gruppo di Ur, che si sarebbe dedicato a studiare e a mettere in pratica la magia come scienza dell'Io. Non stiamo parlando, si badi bene, di ciarpame occultistico o di pseudo spiritualismo New Age ante litteram, ma di un milieu culturale di livello elevato, che vide per circa tre anni personalità delle arti e della cultura raccogliersi attorno a una rivista, Ur, poi Krur. I due interessi marciavano quasi di pari passo e sul piano strettamente filosofico il men che trentenne Evola aveva il dichiarato obiettivo di portare alle estreme conseguenze le premesse della filosofia idealista andando, come dice il titolo del suo saggio, «oltre Nietzsche»: se il mondo è una creazione dell'Io, allora deve essere possibile operare concretamente per modificare quella che percepiamo come realtà.Discorsi difficili, oggi ancora più di ieri, quando, comunque, la classe media era sicuramente meglio attrezzata a riflettere su temi filosofici e culturali. Questa difficoltà, però, non diminuisce la bellezza dello scritto evoliano, riprodotto nel testo originale, come annunciato nel titolo, sulle orme della filosofia nietzschiana, rifiutando la decadenza del mondo moderno e del cristianesimo, per recuperare la tradizione solare e aristocratica del Mithraismo, che secondo Evola ancora pulsava nei circoli esoterici d'occidente.Il giudizio severo, di condanna inappellabile, contro la religione cristiana si sarebbe poi smussato col tempo, e, nella maturità, Evola non si sarebbe stancato di suggerire, a molti discepoli assetati di spiritualità, di seguire la religione cattolica, molto più vicina a quella che chiamava la Tradizione di quanto non fossero le logge massoniche o i gruppi teosofici, liquidati dallo stesso Autore come inutili quando non addirittura diabolici.Qual è, dunque, il senso di leggere, oggi, un'opera così particolare di uno scrittore discusso e complesso come Julius Evola' Oltre al gusto di apprezzare uno stile cristallino e una prosa tagliente, merce oggi decisamente rara, il lettore esigente proverà un indiscutibile piacere a sollevare la mente dalle bassezze letterarie, filosofiche e mondane, che ci soffocano, fino a farci perdere persino il ricordo di altri orizzonti, altri scrittori, altri argomenti. Oltre Nietzsche, ma soprattutto oltre i salotti letterari radical chic e i filosofi buonisti prêt-à-porter.




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