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Unica e sola: i 100 anni di Edith Piaf la voce che ha fatto innamorare il mondo

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Posted on: 12/19/15
Sembrava un passerotto, ma era un aquila. Era brutta, sgraziata e disgraziata, aveva però una voce che veniva, forse, da Dio in persona. Quando muore il marito ragazzino Theo Sarapò ha un'idea folle e a suo modo romantica. La leggenda di Edith era nata a Parigi e a Parigi doveva morire. Così carica la salma della moglie su un ambulanza e la porta dalla villa che la divina ha a due passi da Cannes, alla casa che la coppia possiede nella capitale e lì la mette a letto. Il giorno dopo chiama il medico per fargli scrivere sul certificato di morte che “Giovanna Edith Gassion sposata Sarapò” era deceduta “in Parigi, all'età di anni 48, l'11 ottobre 1963”. Nella sua parigi, come una regina. Da quattro anni Edith, piegata da un tumore al pancreas, viveva la sua via crucis attraverso ospedali, droghe e tranquillanti. L'ultimo concerto lo aveva dato all'Olympia un anno prima. Lasciò il palcoscenico barcollando, gli occhi pieni di lacrime e di dolore “ma gli applausi del pubblico, un tuono – scrive Cesare G. Romana – provarono che ancora una volta l'aquila aveva sconfitto il passerotto”. Una vita di miserie e nobiltà, di felicità senza freni e dolori senza fine. Sua madre, Antonetta Marini, in arte Lina Marza, italiana di Livorno, cantante di un caffè concerto, la partorì in un androne assistita da due poliziotti, cento anni fa, il 19 dicembre del 1915, almeno così racconta la leggenda e una targa posta proprio sopra quell'androne al 72 di Rue Belleville. Anche il padre non è certo. Sembra un muratore italiano, folgorato dalla passione per quella sua connazionale sedicenn. Luis Gassion, il contorsionista amante occasionale della madre che le fa da padre, la affida alla propria di madre che gestisce un bordello. A crescerla sono una ventina di prostitute.A tre anni perde la vista, a sette la recupera, a sei viene violentata da un cliente del bordello, a diciassette, dopo aver vagato con il padre per la Francia, canta nei cortili nelle strade, nei bistrot. Il suo cavallo di battaglia è “O' sole mio”. La tragedia non smette mai di scortarla. Resta incinta di un magnaccia che cerca, invano, di farla prostituire. La bimba muore due anni dopo. Una vita ai margini che pare non avere speranza, sorretta solo da una forza d'animo che non conosce limiti e ordini. C'è un giorno però che cambia il suo destino senza strapparle la tragedia di dosso. Il musicologo Albert Richardit la sente per caso cantare e le dice: “La tua ugola vale oro”. E cerca subito di farla capitalizzare. La presenta a Louis Leplee proprietario di un locale alla moda, è lui a lanciarla, è anche il suo amante finchè non viene assassinato. Lei in pochi anni diventa la voce di Francia. “Milord”, “Je ne regrette rien”, “Le vie en rose” diventano successi senza tempo. La sua fama dilaga in tutto il mondo, ama ed è amata da Yves Montand, Charles Aznavour, Eddie Constantine, dal cantante Jacques Pilles che sposa in prime nozze, da Theo Sarapò, 24 anni di meno, suo secondo e unico marito, che morirà anche lui, sette anni dopo Edith, schiantandosi con la sua Porsche. Ma l'unico che amò veramente fino in fondo fu il pugile Marcel Cerdan, un altro mondo rispetto a lei, due vite che sembra impossibile si incrocino. Si conoscono nel 1946 in un cabaret e si amano invece in maniera struggente e furibonda, lui alto, muscoloso e scorbutico, lei minuta, malinconica e sensuale. Ma non c'è pace, non c'è pietà pietà per lei. Marcel muore in un disastro aereo alla vigilia del match mondiale dei medi con Jack La Motta sul picco Redondo alle isole Azzorre. In realtà lui non ama viaggiare in aereo, è prenotato su una nave, ma lei ha fretta di vederlo, lo scongiura di arrivare presto: “Ti prego, vieni subito. Prendi l'aereo, con la nave ci vuole troppo tempo. Ho bisogno di te”. .Non lo rivedrà più e lei non se lo perdonerà mai. La sera dopo, piena di farmaci e di dolore, al Versailles di New York: “Stasera canto per Marcel Cerdan, per lui soltanto”. Cantò l'Hymne à l'amour: “Se un giorno la vita / ti strapperà a me, / sta lontano da me. /Se tu muori / allontanati da me./ Poco mi importa/ se tu mi ami/ perché anch'io morirò”. Poi svenne. “Nel suo stile – scrive sempre Romana – convivevano l'eco della miseria e delle avversità patite e insieme al gusto della sfida, il vigile senso della lotta che non l'abbandonò mai”. La sua canzone più famosa del resto recitava: “Non rimpiango niente / Né il bene che mi è stato fatto, né il male / Per me è lo stesso». Sembrava un passerotto, ma era un aquila...




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